Archivi categoria: Mostre

Segni Suoni Storie nella Città ai Musei Civici di Pesaro

Centrale Fotografia presenta  Segni Suoni Storie nella Città, una serata speciale che si svolgerà sabato 10 maggio 2014 a partire dalle 18.00 presso la Sala degli Eventi dei Musei Civici di Pesaro, in piazza Vincenzo Toschi Mosca, 29. Istallazioni fotografiche, riflessioni e divagazioni divertenti, tratte dal corso di fotografia a Pesaro Segni suoni storie nella città.

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Retrospettiva di Ferruccio Ferroni a Potenza Picena

Potenza Picena dedica la più ampia retrospettiva che si sia mai realizzata all’illustre fotografo Ferruccio Ferroni (Mercatello sul Metauro, 1920 – Senigallia, 2007). L’inaugurazione sarà sabato 12 aprile 2014 alle ore 17.30, dove ci sarà un intervento critico del filosofo e storico della fotografia Diego Mormorio, presso l’Auditorium Ferdinando Scarfiotti in via Silvio Pellico n. 4/a Potenza Picena (Mc). Le sedi espositive dove vedremo le stampe d’autore originali fino al 4 maggio 2014, sono: la Chiesa di Santa Caterina, dove si vedranno gli anni Cinquanta, e la Sala Boccabianca dove sarnno esposte le fotografie del secondo periodo, realizzate da Ferroni dal 1984 al 2005.

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CENTRALE FOTOGRAFIA ESPONE A RIMINI AL MUSEO DELLA CITTA’

 

 

 

Il 24 febbraio alle ore 17.00 presso Il Museo della Città di Rimini in via Tonini 1, sarà inaugurata l’esposizione “Confine Marchignolo. Gente e luoghi tra Marche e Romagna”, un originale evento fotografico che cercherà di catturare un’identità e una geografia inedite dei luoghi racchiusi dalla costa adriatica tra Pesaro e Rimini e dall’entroterra tra Valmarecchia e Montefeltro. Fino al 1 aprile 2013.

L’esposizione, curata dall’Associazione culturale Centrale Fotografia, in collaborazione con il Comune di Rimini e Omnia Comunicazione, sarà il frutto del lavoro di più di sessanta fotografi che hanno partecipato al corso di fotografia “Pesaro-Rimini. Il territorio marchignolo e la gente che vive il confine tra Marche e Romagna”, curato da Paolo Giommi e Marcello Sparaventi e dedicato alla memoria di Luigi Ghirri e Paola Borgonzoni Ghirri, in cui sono intervenuti, tra gli altri, l’architetto Pippo Ciorra, il geografo Massimo Bini, l’assessore Massimo Pulini e lo scrittore Gian Ruggero Manzoni.

 

Confine “Marchignolo” gente e luoghi tra Marche e Romagna

Negli ultimi tempi, si fa un gran uso dell’aggettivo marchignolo, riferito a luoghi, prodotti e persone; ma che cosa vuol dire esattamente? Secondo l’uso corrente, fa riferimento ad una cosa o persona che racchiude in sé caratteristiche sia marchigiane che romagnole, quindi legato al confine tra le due regioni.

Storicamente, questa è sempre stata una linea contesa: comuni e signorie hanno combattuto per secoli, approfittando dello scarso potere esercitato dallo Stato Pontificio, al prezzo di subire a volte rappresaglie durissime, soprattutto durante il secolo XIV. Le guerre diventano meno frequenti solo dopo che Sigismondo Pandolfo Malatesta viene dichiarato decaduto: risale al 1463 il primo cambio di provincia, allora chiamato libertas ecclesiastica, quando i comuni marchignoli scelgono di passare alcuni sotto Ravenna ed altri sotto Fano. Da notare che nei decenni immediatamente successivi, questi ultimi hanno un maggiore sviluppo economico e demografico rispetto ai primi (ad esempio, Mondaino cresce molto più di Saludecio).

Esiste un’identità marchignola? Risale al rinascimento un celebre detto. Nei secoli successivi, le Romagne sono visitate di frequente dagli esattori papali, detti gabellieri o gabellini, provenienti da Fano o dal resto delle Marche: “Meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta” si riferisce certamente all’insofferenza nei confronti degli esattori.

Altro luogo comune riminese è quello dell’automobilista imbranato, che in città si ripropone ogni volta che si vede in città un’auto targata Pesaro; a Cattolica, c’è persino chi ha lasciato l’auto in garage per settimane, pur di non farsi vedere con la targa PS, ed è uscito solo dopo averne ricevuta una nuova, con su scritto RN. Non solo, a Riccione e Rimini c’è la convinzione diffusa che: “Pesaro è lontano”, come se fossero necessarie almeno un paio d’ore di autostrada per arrivarci.

Al contrario, i marchigiani non nutrono diffidenza nei confronti dei loro vicini: a Pesaro, molti abitanti si considerano romagnoli mancati, tanto che Riccione e Rimini sono mete molto apprezzate durante il fine settimana.

Chi ha inventato l’aggettivo: “marchignolo”? Sicuramente, la prova che ci porta più indietro nel tempo è il cognome Marchignoli: contrariamente a quanto si possa pensare, è diffuso principalmente in Emilia, tra Bologna, Modena e Parma, mentre solo una famiglia porta questo nome in provincia di Pesaro. Se accettiamo l’idea che il cognome indichi la provenienza di una famiglia, esempi celeberrimi sono le famiglie Gonzaga ed Este, che hanno assunto questi nomi dopo essersi spostate a Mantova e a Ferrara, allora si può dedurre che, originariamente, il termine marchignolo stava ad indicare persona originaria delle Marche trasferitasi in Emilia-Romagna.

Il significato più moderno si fa risalire a Fabio Tombari, poeta e scrittore nato a Fano nel 1899. Di lui si dice che potesse svegliarsi nelle Marche e pranzare in Romagna, senza dover uscire di casa. Mappe alla mano, la frase non è esatta, ma ben si sposa con il carattere del personaggio, così incline a frasi ad effetto ed esagerazioni ironiche, tanto che, trasferitosi a Mondaino in seguito al matrimonio con Anna Busetto, gli abitanti del paese l’avevano soprannominato “el sciaparel”. La  loro grande casa, oggi disabitata, sorge a pochi metri dal Rio Salso, corso d’acqua che segna il confine regionale per alcuni chilometri, tanto che che un quarto del podere si trova non nel territorio di Mondaino, ma in quello di Tomba (l’odierna Tavullia).

Tombari non ha mai messo l’aggettivo per iscritto nelle sue opere, ma lo cita spesso e volentieri nella lingua orale: ad esempio, si autodefinisce marchignolo ad un battesimo, in presenza dell’amico Delio Bischi, a cui il neologismo piace tanto da farlo proprio. Anche Bischi si può definire marchignolo a tutti gli effetti, lui che, negli anni ’50, fa di Gradara la meta turistica che è oggi, unendo l’attenzione alla cultura marchigiana con lo spirito e l’organizzazione turistica della riviera Romagna. Sfogliando i giornali, cartacei o telematici, capita spesso di leggere che la paternità dell’aggettivo “marchignolo” vada attribuita al già citato Delio Bischi, tuttavia si può anche trovare un articolo in cui Matteo Giardini assicura che autori come: “Zavoli, Guerra e Fellini sono certi che l’invenzione sia da attribuire a Fabio Tombari”. Come dice Daniele Marziani, scrittore riminese: “Della genialità importa il frutto, mica l’autore. Che Tombari sia stato il più marchignolo degli scrittori del Novecento è innegabile, indipendentemente dall’inventore dell’aggettivo”.

Dove si trova il confine marchignolo? Tombari stabilisce il limite meridionale del dialetto romagnolo non sul Tavollo (tra Cattolica e Gabicce) ma sul fosso Sejore (tra Pesaro e Fano), dove il pronome personale “me” si trasforma in “je”. C’è persino chi, come il poeta dialettale Antonio Maddamma, colloca all’interno della “romagna” la città di Senigallia, perché ritiene che il suo dialetto sia molto più simile al quello riminese che a quello piceno. Per chiarire ulteriormente il concetto, possiamo analizzare le opere di Tombari: Frusaglia, titolo di uno dei suoi “best seller”, è un luogo di fantasia, ma con molti riferimenti ad usanze e luoghi concreti, che si possono racchiudere in un lembo di terra situato tra Montefeltro ed il mare. Anche ne: “La morte e l’amore” sono citate molte località romagnole, gran parte delle quali sono situate tra i fiumi Foglia e Marecchia.

Chi si sente oggi marchignolo? Sicuramente, gli abitanti dei comuni marchigiani lungo il confine, compresi Pesaro, Gabicce, Gradara, Tavullia; probabilmente gli abitanti dei sette comuni che hanno cambiato provincia nel 2009 e forse anche alcuni degli abitanti dei paesi dal lato romagnolo, come Cattolica, San Giovanni, Mondaino, ma non molto di più: sentendosi chiamare marchignolo, un pesarese si sentirebbe probabilmente lusingato, mentre un riminese potrebbe rispondere: “Marchignolo a chi?”.

La mostra in oggetto propone uno sguardo non convenzionale sulla riviera ed il suo entroterra, un’occasione per riscoprire il formato della cartolina, spesso considerato fotografia di serie B, per far incontrare i suoi abitanti e riflettere su eventuali differenze, arrivando forse a scoprire che ci somigliamo più di quanto immaginiamo.

Enrico Chiaretti

 

Mostra alla FAR di Rimini / Poetica dei toni grigi

 

Immagini in bianco e nero, stampe ai sali d’argento.
Aperto tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19,30
Lunedì chiuso – Entrata libera
Presso la Far, piazza Cavour Rimini (RN)
Periodo di svolgimento: dal 16/09/2012 al 04/11/2012

La Fotografia è viva. Qualcuno pensa sia defunta e rinata in forme diverse. A ben guardare non esiste la Fotografia ma diverse “Fotografie” che rinascono ogni volta con modalità e strategie completamente nuove. Verrebbe da dire, provocatoriamente, che la Fotografia è omnicomprensiva e include nel suo vastissimo campo tutte o quasi le altre arti visive, le quali non sarebbero ora quello che sono senza la Fotografia. A. C.

Rimini, ha sempre seguito, almeno dagli anni 70, l’evolversi dei linguaggi fotografici con varie iniziative e con l’attività della Galleria dell’Immagine, che con una certa continuità rimane una delle gallerie fotografiche pubbliche storiche italiane. Con Foto di settembre, Rimini inaugurerà il mese dedicato alla Fotografia. Per seguire nelle multiformi espressioni l’articolarsi della produzione italiana e per ridefinire meglio un’approccio alla visione adeguato a ciò che Luigi Ghirri chiamava:….guardare oltre l’apparenza, e districarsi nel labirinto dei segni.

Fotografie discrete e allo stesso tempo cariche di poesia, lontane dai toni drammatici del pittorialismo fotografico come dalla freddezza della fotografia più concettuale. In contemporanea con la Ventunesima edizione del Si Fest di Savignano sul Rubicone,  la FAR (Fabbrica arte Rimini), nell’ambito di Foto di settembre, mese che Rimini dedica all’immagine fotografica, celebra la fotografia analogica attraverso la riproposizione delle opere di due fotografi marchigiani molto attenti alla tecnica, ma allo stesso tempo capaci di toccare altissime vette di lirismo.

Ferruccio Ferroni e Riccardo Gambelli, entrambi senigalliesi, hanno in comune un precoce amore per la fotografia, amore che dovranno sacrificare per carriere lavorative più sicure – Ferroni eserciterà per tutta la vita la professione di avvocato, Gambelli sarà dipendente delle Poste – mantenendo però la loro comune passione a livello amatoriale (caratteristica che unisce la poetica dei due fotografi, legata ai circoli fotografici e alle uscite domenicali). Hanno in comune inoltre l’assidua frequentazione dell’Avvocato Giuseppe Cavalli, mentore e guida spirituale, vero e proprio faro per la crescita intellettuale di entrambi. Cavalli sarà il fulcro del fermento culturale di Senigallia durante tutti gli anni ’50, e il fondatore del mitico circolo fotografico Misa, associazione che ebbe vita breve a causa delle ingombranti personalità che vi facevano parte – tra cui quella del fotografo senigalliese forse più conosciuto, Mario Giacomelli – ma a cui dobbiamo l’elaborazione di feconde e avanguardistiche concezioni della fotografia, del tutto inedite nella Penisola.

 

Ciò che distingue i due autori – sebbene condividano lo stesso background culturale, la stessa guida intellettuale e lo stesso gruppo di amici fotografi, con cui passavano insieme i momenti più emozionali della loro vita, dalle lunghe chiacchierate nei bar alle riflessioni sul medium fotografia nella splendida residenza dell’Avvocato Cavalli – è proprio l’approccio alla fotografia, dettato da una diversa lettura del reale.

Ferroni presenta uno stile fotografico radicale, fatto di sottrazioni: la capacità di isolare il soggetto e di ridurre la composizione del fotogramma all’essenzialità sono caratteristiche che il fotografo deve alla sua formazione classica, all’interesse per la pittura, nonché alle forti influenze che giungevano dall’Europa e dall’altra sponda dell’Atlantico, in particolar modo la subjective fotografie di Otto Steiner e la straight photography di Paul Strand.

Le   opere di Ferroni presenti nella mostra risalgono agli anni ’50, ma sono state ristampate negli anni ’80, quando il fotografo riprese, dopo un lungo periodo di abbandono, a fotografare e stampare in camera oscura. Egli annotava, con cura maniacale (ben sappiamo come il garage-laboratorio del fotografo non lasciasse spazio al caso), tutti i dati di stampa, cosicché ebbe modo di ricreare perfettamente gli stessi toni e lo stesso contrasto, riportando in vita l’anima di fotografie stampate trent’anni prima.

 

Gambelli, che muove i primi passi insieme all’amico Mario Giacomelli, presenta uno stile più descrittivo – e dai temi ricorrenti: marine, paesaggi, still-life, ritratti… – fortemente influenzato dal mentore Cavalli, che aveva l’ultima parola sugli ingrandimenti delle stampe e persino sui titoli delle opere (all’epoca molto importanti, poiché costituivano il biglietto da visita per la presentazione delle opere ai concorsi fotografici). Gambelli si concentra su Senigallia, che conosce in lungo e in largo, lavorando come fattorino telegrafico delle Poste, città a cui spesso si sovrappone una nuova visione idealizzata, dettata dalla forte sensibilità e dalla volontà del fotografo di trasfigurare il reale. Se Giacomelli sperimenterà una sorta di neo-pittoricismo fotografico, arrivando quasi ad eliminare in stampa i mezzi toni e creando così fotografie dai forti contrasti e dalla forte matrice grafica, Gambelli privilegerà una fotografia più discreta, in cui la tecnica dell’high-key contribuisce a renderla impalpabile, trasognante.

 

A nostro avviso, il nocciolo della questione e il punto focale della mostra riminese è capire come queste fotografie riescano, tramite un candido nitore, ad esprimere significati esistenziali ed universali. Il primo indiziato potrebbe essere l’attenzione formale con cui i fotografi ricreano, tramite infinitesimali variazioni di tono, tutte le sfumature del reale: influenzati da Cavalli, i due artisti alleggeriscono il peso delle ombre, ammorbidiscono i contrasti, giungendo così ad una poetica dei toni grigi. Una fotografia pura, eterea. Un approccio che, insieme a un’inclinazione dello spirito riservata e schiva, li spingerà ad evitare immagini d’effetto: i due fotografi privilegiano senza dubbio la riflessione piuttosto che la foto rubata, à la sauvette, fotografando solamente soggetti a portata di mano, per poterli analizzare con calma, in differenti condizioni di luce.

 

Una questione irrisolta quindi, che v’invitiamo a cercare di decifrare, guidati dalle fotografie tenui ed intimiste qui riproposte, opere che non mancheranno di ammaliare chi non si fa influenzare da facili sensazionalismi o da mode superficiali, ma che si fa invece guidare dalla propria sensibilità in un’osservazione profonda e riflessiva di ciò che ci sta intorno – ma che troppo spesso ci è invisibile.